Il muro di ostilità, prima, e di indifferenza, poi, comincia a sgretolarsi. La storia, come ha detto qualche giorno fa Franco Marini, ha fatto giustizia. E Marco Biagi, sei anni dopo il tragico agguato di via Valdonica a Bologna, ucciso da un manipolo di «nuovi brigatisti», ritrova legittimamente il «posto che gli spetta per il contributo che ha dato alla modernizzazione delle relazioni industriali», per citare ancora parole del presidente del Senato, parole tanto più rilevanti perchè pronunciate da un leader sindacale di lungo corso.
A Bologna, nel giorno dell’anniversario, la misura di questo passaggio importante e significativo sta tutto nelle parole di Gianni Letta e Cesare Damiano. Il primo, che visse la tragedia Biagi nelle stanze di Palazzo Chigi, cavallerescamente respinge tutti i tentativi di «appropriazione impropria» della figura del giuslavorista bolognese, che fu servitore dello Stato contro tutte le manovre di piegarlo «alle strumentalizzazioni della politica e agli interessi di parte». L’altro, ministro del Lavoro, taglia corto su strumentalizzazioni e ipocrisie: la legge 30 è la legge Biagi; è una legge da non cancellare, semmai da qualificare. E paragona il Professore ad Aldo Moro, due «persone che guardavano oltre cercando di essere uomini di frontiera, di dialogo e di confronto». Insomma, persone che guardavano al futuro, e come tutti i riformisti, specie quelli che si sono esercitati con passione e intelligenza a cambiare i modelli vetusti e ingessati del mercato del lavoro, sono stati assassinati. Come D’Antona, come Tarantelli, come Ruffilli, Tobagi. Per Biagi è accaduto qualcosa di ancor più odioso: le sue proposte sono state sistematicamente travisate, prima ancora di essere boicottate. Mentre la sua modernità e la sua ispirazione di socialista riformista emergono anche dagli scritti postumi e inediti che questo giornale ha proposto ieri ai suoi lettori. Scritti che fanno giustizia sulle polemiche (violentissime tra il 2001 e il 2002, l’anno del suo martirio) sulla riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, in tema di licenziamenti. «Non credo - scriveva nel 2001 - che realisticamente qualcuno possa pensare che nel nostro Paese debba essere introdotta la libertà di licenziamento». Sollecitando gli imprenditori a innalzare la «qualità del lavoro». Un clima che cambia, finalmente. E si parla di vittime, non di terroristi.
di Pierluigi Visci