Evidentemente gli arbitri sono nati per soffrire. Dopo qualche domenica decente, la calma sembrava tornata a 'Fort Collina' quando ieri le agenzie hanno battuto una notizia inquietante: "La corte di giustizia federale ha annullato la sospensione di Paparesta". E’ saltato anche l’ultimo ostacolo legale, in teoria ora l’arbitro di Bari potrebbe tornare in campo. Anzi, i suoi avvocati non hanno perso tempo nel chiederne l’immediato reintegro. Prima o poi doveva accadere, ma il Palazzo si è fatto trovare impreparato, come nella migliore tradizione.
Ci sembra di vederla la faccia rubizza di Gussoni, capo degli arbitri, con gli occhi fissi nel vuoto domandarsi "e adesso?". O quella stralunata del presidente federale Abete, l’uomo che ha insegnato a Veltroni l’ormai famoso "ma anche". Paparesta potrebbe tornare in campo, ma anche smettere di fare l’arbitro. Per sempre. La seconda soluzione ci sembra la più logica e l’unica percorribile se un’intera categoria vuole lentamente recuperare un minimo di credibilità. Calciopoli è ancora un nervo scoperto, rimettere in circolo Paparesta sarebbe come riaprire ferite, polemiche e dubbi. In questo caso non siamo solo davanti a semplici vicende legali ma ad una più alta questione morale davanti alla quale gli arbitri dovrebbero essere sempre e comunque immacolati.
Purtroppo per lui, Paparesta non lo è più. Si è fatto insultare e chiudere da Moggi negli spogliatoi di Reggio Calabria, ma non l’ha scritto nel referto. Anzi, il giorno dopo ha chiamato Lucianone per scusarsi del suo arbitraggio. Ha chiesto a Meani di intercedere presso Galliani e Gianni Letta per favorire una società della moglie. Gli arbitri non fanno e non chiedono favori. Almeno, ora non più. Paparesta invece fa parte a pieno titolo di un periodo e di un sistema che si cerca faticosamente di superare: non resta che prepensionarlo. Trovare i tempi e i modi spetta alla Federcalcio, ma ci sembra di rivedere in giro lassismo, menefreghismo e cameratismo simili a quelli che hanno favorito lo scandalo di due anni fa. Del resto Gussoni si è permesso di elogiare pubblicamente Tullio Lanese, un altro reduce di Calciopoli, e nessuno lo ha fermato. Avanti di questo passo avrebbero il diritto di tornare anche Pieri e Bertini, Bergamo e Pairetto, Giraudo e Mazzini. Con Moggi santo subito.
di Enzo Bucchioni
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