Polemica per la decisione del gip che di non convalidare il fermo di quattro rom, accusati di aver costretto i loro figli a commettere furti. La difesa: "L'operazione è una strumentalizzazione politica"
Roma, 2 luglio 2008 - E' polemica dopo la scarcerazione di due degli otto rom arrestati nei giorni scorsi dopo un'indagine degli agenti della questura di Verona con l'accusa di costringere i loro figli a commettere furti in abitazioni.
Il gip di Verona Giorgio Piziali, per gli arresti di sua competenza, non ha convalidato 4 fermi, ma due dei quattro rom 'scarcerati' sono stati poi ricondotti in cella e sottoposti alla misura cautelare in carcere per altre accuse.
Piziali non ha usato mezzi termini nel definire il fermo ''del tutto e gravemente illegittimo'' e ha affermato, altrettanto chiaramente, che ''l'assoluta assenza di un reale e concreto pericolo di fuga fa emergere come il delicato istituto del fermo è stato ''piegato ad altri fini'' che ''sono tutti gravemente lesivi delle regole, anche costituzionali, che presiedono la libertà personale''.
Piziali non è andato oltre, spiegando che questi fini non sono di suo interesse, ma ha sollevato riserve su pubblico ministero e organi di polizia, che - a suo parere - hanno scelto ''i tempi dell'intervento giurisdizionale'' facendolo coincidere ''con un generalizzato interesse pubblico'' per vicende legate ai nomadi.
Chi ha parlato chiaramente di ''strumentalizzazione politica'' è stato il difensore dei nomadi, Luciano Bason, che ha definito ''perfetto'' il provvedimento del Gip e ha detto che ''è stata fatta un'operazione di spogliazione di diritti sacrosanti di questi nomadi. Questa vicenda - ha aggiunto - è calata in un discorso e in un momento politico nel quale si vuole dare addosso agli zingari''.
Sul versante opposto si è schierata Isabella Bertolini, deputata Pdl. ''Ancora una volta - ha detto - la Polizia fa e la magistratura disfa''.
L'indagine, denominata "catene spezzate" era partita a gennaio in seguito a un'escalation di delitti e furti nel veronese. Gli inquirenti hanno individuato una vera e propria organizzazione mobile in tutto il Nord Italia, gestita e controllata da nomadi maggiorenni che periodicamente si accampavano fuori dal centro abitato e costringevano i bambini a compiere i furti. La polizia ha scoperto la rete criminale esaminando i dati nella memoria dei telefoni cellulari dei minori che venivano fermati dopo i tentativi di furto e, sprovvisti di documenti, spesso fornivano false generalità.
Nel corso dell'indagine gli uomini della questura di Verona hanno accertato centinaia di furti commessi nelle abitazioni in Veneto, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Emilia Romagna.
I bambini - secondo gli inquirenti - venivano quotidianamente maltrattati: insulti, vessazioni, e persino ritorsioni di tipo sessuale. Le famiglie dell'organizzazione criminale si spostavano nel Nord utilizzando anche falsi documenti di identità e con numerosi bambini al seguito, alcuni figli propri e altri probabilmente avuti in affido da altre famiglie. I bambini venivano usati per commettere i furti, gioielli e denaro soprattutto, e - se scoperti - venivano abbandonati al loro destino.
I furti permettevano elevati ricavi, tanto che gli indagati oltre a possedere un parco automezzi con Mercedes e camper nuovissimi, risultano aver acquistato alcuni appartamenti in Veneto.
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