L'allenatore, emigrato alla Stella Rossa Belgrado, parla del mondo del pallone nel Belpaese, dei club e dei suoi protagonisti. Sul cambio alla guida della panchina azzurra: "La Nazionale giocava male anche in Germania"
Roma, 25 luglio 2008 - Avanti tutta. L’uomo che gioca sempre all’attacco, in campo e fuori, ha preso armi e bagagli, ha salutato il Belpaese ed è andato in Serbia ad allenare la Stella Rossa di Belgrado. Una sfida e una rinuncia al tempo stesso ma Zednek Zeman, ci mancherebbe, non cambia. E’ sempre il più integralista degli integralisti, o con lui o contro di lui. Leggere per credere.
Zeman, perché ha lasciato l’Italia?
«Perché trent’anni di buon lavoro, trent’anni apprezzati da tutti i tifosi delle squadre che ho allenato non sono serviti a nulla».
O magari è dovuto emigrare perché ha disturbato, con posizioni anche discutibili, i potentati del calcio italiano…
«Se fosse così sarebbe una cosa triste, tristissima. Io dico come stanno le cose solo ed esclusivamente nell’interesse dello sport, non nel mio interesse».
Il calcio italiano nei suoi confronti è stato più ingrato o incompetente?
«Il discorso da fare è un altro. E cioè in un calcio che non è più sport, che non è più sano agonismo ma solo business divento scomodo al punto che non c’è più posto per me…».
Per questo è venuta fuori Calciopoli?
«Appunto. I destini del pallone si decidevano più fuori del campo che dentro. Mi pare che Calciopoli ci ha detto questo, no?».
Chi è per lei Luciano Moggi?
«E’ uno che ha fatto male al calcio. Calcio che dovrebbe basarsi sui meriti del campo, lo ripeto, e non su cose che con il campo non c’entrano assolutamente nulla».
Moggi conta ancora?
«Conta ancora tanto. E sa perché? Perché è impossibile cancellare gli infiniti contatti che ha avuto in molti anni in cui era il padrone del sistema».
Sempre a proposito di Calciopoli: non ritiene che in questa storia ci siano personaggi intoccabili, più colpevoli dello stesso Moggi?
«Calciopoli ci ha detto che il sistema italiano è marcio e quando parlo di marcio investo tutto il sistema di potere, dalla Federazione fino all’ultimo dei procuratori. Chiaro?».
Chiarissimo. Però nel grande circo del nostro pallone sono più peccatori i dirigenti, gli allenatori, i calciatori, gli arbitri, i procuratori, i giornalisti o i tifosi violenti?
«I tifosi violenti che vanno allo sbaraglio senza che le altre componenti facciano qualcosa per educarli e quindi per fermarli».
Lei, dieci anni fa, sollevò un polverone accusando di doping il calcio italiano e in particolare la Juve della Triade…
«Per la verità io parlai di un abuso di farmaci, abuso che sconfinava nel doping. Mi pare che i fatti mi abbiano dato ragione, no?».
Esiste sempre il doping nel Belpaese?
«In questo momento non sono dentro il calcio italiano. Allora non parlai a vanvera, parlai a ragion veduta».
Facciamo un salto sull’Italia, intesa come Nazionale. Giusto il ritorno di Lippi?
«Quando c’è di mezzo questo signore preferisco non rispondere».
Allora ci dica se è stato giusto sostituire Donadoni…
«Né l’Italia che ha vinto i mondiali né quella che è stata eliminata agli europei giocavano un buon calcio. Nel giro di due anni sono cambiati solo i risultati».
Dalla Nazionale al campionato. Il Milan ha acquistato Ronaldinho…
«Il quale Ronaldinho fino a due anni fa era uno dei più grandi giocatori del mondo. Però bisogna capire perché nell’ultima stagione al Barcellona ha giocato così poco e perché è stato venduto a un prezzo che non è da fuoriclasse».
Acquisto sbagliato, allora?
«Non ho detto questo. Anzi, aggiungo che se Ronaldinho torna quello che era può essere la ciliegina sulla torta di un Milan che basa il suo gioco sul possesso palla».
L’Inter è passata da Mancini a Mourinho…
«E’ una svolta importante nel momento in cui Mourinho ha detto subito che senza disciplina non c’è squadra. Vuol dire che prima…».
La Juve ha puntato su Amauri…
«L’ho avuto qualche mese a Napoli, ci voleva poco a capire che è un signor attaccante».
La Roma vorrebbe Mutu…
«Mutu o non Mutu la Roma gioca il miglior calcio, è quella che precede di poco la Fiorentina, altra squadra che diverte la gente».
Già, la Fiorentina…
«A Firenze c’è un progetto serio che a giudicare dal mercato di quest’anno non è basato solo sui giovani».
Ma lo scudetto chi lo vince?
«Non faccio l’indovino. Posso dire, questo sì, che la ‘rosa’ dei giocatori dell’Inter resta la più forte per cui la squadra di Mourinho è leggermente favorita».
Cosa significano Capello ct dell’Inghilterra e Trapattoni ct dell’Irlanda?
«Significano che gli allenatori italiani all’estero sono molto stimati».
Chi è il miglior tecnico italiano?
«Acori che ha allenato il Rimini e che quest’anno guiderà il Livorno. Il calcio del Rimini era divertente e organizzato più di qualsiasi altra squadra italiana».
E il miglior allenatore al mondo?
«Hiddink. Ha lasciato un’impronta unica in Nazionali di secondo piano come la Corea, l’Australia e la Russia. I meriti veri di un allenatore sono questi, a guidare le grandi squadre sono capaci tutti».
Veniamo a lei: come si sta alla Stella Rossa?
«Come faccio a dirlo? Sono arrivato da un mese, due settimane le ho trascorse in Austria e altre due in Slovenia…».
A cosa punta la Stella Rossa?
«Punta molto in alto. La Stella Rossa è una specie di Juve, qui hanno vinto un sacco di scudetti e nel 1991 hanno vinto anche la Champions. Qua sono nati e cresciuti fior di campioni come Stankovic e Mihajlovic».
Dicono di lei: è un allenatore che cura bene l’attacco e male la difesa…
«A chi mi fa queste accuse stupide rispondo che tanti difensori delle squadre che ho allenato sono arrivati in nazionale».
Qual è la squadra italiana che le piacerebbe allenare?
«E’ una squadra in cui si possa crescere sul campo, non fuori, come succede troppo spesso in Italia».
di Mario D'Ascoli
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