Il giudice di pace ha dato ragione a un napoletano offeso dagli striscioni razzisti allo stadio, indicando forse la via per risollevare le sorti di una città bistrattata
«Quando si paga caro ciò che non ha prezzo, lo si è avuto sempre a buon mercato»
Joseph Duveen
Se la cosa riesce (e a condizione di convincere un nutrito gruppo di avvocati a difendere la causa nei tribunali di tutto il mondo) forse Napoli ha trovato il sistema di risolvere tutti i suoi problemi. Realizzerebbe così il sogno eduardiano di diventare milionaria, non di debiti e di guai (come lo è stata, purtroppo, fino ad ora) ma di euro, di moneta sonante.
Si tratta di convincere i giudici di Germania, Francia, Australia, Gran Bretagna, Belgio, Argentina, Brasile, Stati Uniti (Paesi dove la nostra emigrazione è stata più forte), oltre che quelli di Milano e Torino (emigrazione interna degli anni Cinquanta) a confermare la sentenza di un giudice di pace che ha condannato la società di calcio Inter a pagare 1500 euro di multa a un tifoso del Napoli, offeso dalle scritte razziste apparse sugli spalti dello stadio San Siro. Scritte come «Napoli fogna d’Italia», «Ciao colerosi», «Partenopei tubercolosi», «Infami». 1500 euro da pagare come risarcimento del «danno esistenziale» subìto.
E’ da sempre che i miei concittadini subiscono ingiurie, e non ditemi che questo è il «solito vittimismo napoletano». I fatti, la storia, le testimonianze, gli scritti, parlano chiaro: Napoli se la sono messa tutti (molti, troppi) sotto ai piedi. Negli anni Settanta, facevo il militare a Oderzo (Treviso). La gente, al nostro passaggio, sentendo l’accento meridionale, sputava a terra, e ci chiamava «Colera». Negli anni dell’emigrazione verso il Nord, non era raro il caso di imbattersi in cartelli affissi a pensioni dove si leggeva: «Non si fitta a meridionali e a cani». Dappertutto siamo stati considerati italiani di serie B, gente sporca, imbrogliona, scansafatiche. Nel 1905 il New York Times scriveva: «A Napoli la gente cupa, disperata, volgare, dagli occhi giallastri… che schiamazza dall’immondizia dei pesci appesi al sole nelle spiagge, che tende le mani ruvide abituate da infinite generazioni a chiedere le poche lire riluttanti, si intona allo scenario; ma trapiantare una manciata di questo angoscioso squallore a Manhattan… è molto ingiusto. Non è affatto giusto deturpare una tal bella città con una manciata di questa miseria…».
Non solo la gente comune, ma gli intellettuali, ci hanno trattato una schifezza, una pezza (che a Napoli dicesi mappìna). Montesquieu: «Sono gli uomini più miserabili della terra»; Dickens: «I lazzaroni: meri animali, squallidi, abietti, miserabili, goffi, viscidi, brutti, avanzi di spaventapasseri»; Goethe: «E’ un paradiso abitato da diavoli»; De Sade (perfino lui!): «Paese abitato dalle gente più abbrutita»; Freud: «Gli uomini sono brutti, spesso ripugnanti, simili ad avanzi di galera, non hanno neppure un poco di inconscio (no, questo l’ho aggiunto io, nda)»; Sartre: «Non pensano assolutamente a nulla»; fino a Ceronetti: «Un’integrale cloaca: urbana, amministrativa, turistica, alimentare, morale».
Ce n’è per far causa a tutto il mondo, chiedendo un milione di miliardi di danni (più gli arretrati, la tredicesima, la liquidazione, le festività soppresse, eccetera). L’Oro di Napoli non è la pazienza, come credeva Marotta. E’ l’offesa. L’offesa risarcita.
di Marcello D'Orta
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