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L'eroe di Caporetto compie 110 anni
Riceve una pensione di 40 euro

Delfino Borroni è l'ultimo Cavaliere di Vittorio Veneto ancora in vita. Il suo caso sollevato da Riccardo Mazzoni, deputato Pdl: "Lo scandaloso vitalizio che percepisce è un'offesa: intervenga La Russa"

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delfino borroni Roma, 23 agosto 2008 - L'ultimo eroe di Caporetto compie 110 anni oggi, sabato 23 agosto e percepisce una pensione scandalosa: 40 euro al mese. Si chiama Delfino Borroni, è pavese d'origine e oggi vive in una casa di riposo milanese. Il suo caso è stato sollevato da Riccardo Mazzoni, deputato del Popolo della Libertà.

 

"Ritengo sia indegno di un Paese civile che Delfino Borroni, ultimo reduce della battaglia di Caporetto e unico Cavaliere di Vittorio Veneto ancora in vita, percepisca una pensione che non supera i 40 euro''. Lo afferma, in una nota, lo stesso Riccardo Mazzoni. ''E' un'offesa postuma e inaccettabile all'eroismo di tanti ragazzi che scrissero una pagina di storia morendo in trincea per la patria in una battaglia tragica. Uno Stato che per decenni non e' stato in grado, o per sbadatezza, o per miopia burocratica, o peggio ancora per atavica diffidenza verso i militari, di rispettare i suoi servitori piu' fedeli e quindi la memoria collettiva della nazione, ha il dovere di porre subito rimedio al suo ingiustificabile errore''.

 

''Il ministro La Russa - conclude Mazzoni - che a settembre e' stato invitato a festeggiare i 110 anni dell'ultimo eroe di Caporetto, avrebbe il dovere di presentarsi con un solo regalo: un sostanzioso aumento della pensione di Borroni, da deliberare magari nel consiglio dei ministri di fine agosto. Sarebbe un gesto riparatore altamente simbolico''.

 

La storia di Delfino Borroni è raccontata dal sito www.cimeetrincee.it.Il bersagliere più anziano d’Italia, Delfino Borroni, è nato il 23 agosto 1898 a Turago Bordone (PV) e vive in una casa di riposo nella provincia di Milano: ha combattuto nella Grande Guerra e ha ancora tanta voglia di raccontare le sue avventure di soldato, che può ricostruire grazie ai suoi lucidi ricordi. Faceva il meccanico quando veniva chiamato alla visita militare nel gennaio 1917, destinato al 6° Bersaglieri a Bologna; la chiamata alle armi sopraggiungeva a marzo e a maggio partiva per il fronte.

 

Raggiunto in treno Castelfranco Veneto, Bassano e Marostica, alla fine dello stesso mese arrivava “zaino in spalla” sull’Altopiano di Asiago dove rimaneva solo alcuni giorni, poi all’inizio di giugno veniva trasferito sul Pasubio, dove incontrava la vera guerra. Sul Monte Maio, Delfino ricorda che: “Gli austriaci stavano su una cima undici metri più alta della nostra” e lì i bersaglieri respingevano diversi attacchi nemici, in una guerra di posizione tra sassi e rocce in cui: “Non si andava né avanti né indietro”; a settembre arrivava in Valsugana, a Cismon, da dove come racconta: “Un giorno ci caricarono in treno e ci spedirono a Caporetto”.

 

Il 22 ottobre Delfino e gli altri bersaglieri giungevano a Cividale del Friuli, facendo rifornimento di munizioni e viveri. Iniziava così la marcia verso i monti in direzione di Caporetto: la mattina del 23 “pioveva ed era molto freddo, ma l’ordine era di andare avanti” e quindi di raggiungere il fronte minacciato dall’imminente attacco nemico.

 

Delfino era nel 14° reggimento della IV Brigata Bersaglieri, in una compagnia agli ordini del sergente Mosconi. Nella notte tra il 23 e il 24 i bersaglieri giungevano sulla posizione da difendere, la sella di Luico, che dall’alto domina l’Isonzo: “in basso vedevamo il paese di Caporetto, mentre di fronte si ergeva il Monte Nero”. All’improvviso un grido ad alta voce: “Innestate le baionette, avanti ragazzi!”. Al buio i bersaglieri andavano all’assalto, riuscendo a fare molti prigionieri tra cui, ricorda Delfino: “Un ragazzino di soli diciassette anni, classe 1900, che si arrese a me”, e precisa che: “A Caporetto gli austriaci combattevano con due classi in più di noi italiani”, in quanto proprio la sua classe, la 1898, era stata l’ultima chiamata.

 

La storia racconta che alle ore 2 del 24 ottobre 1917, mentre su tutta la zona gravava un fitta nebbia, l’artiglieria nemica apriva il fuoco su tutto il settore fra il Rombon e l’alta Bainsizza, più violento tra Plezzo e Tolmino, anche con l’impiego di gas asfissianti, precedendo di poche ore l’attacco delle fanterie austro-tedesche. La mattina del 24 i bersaglieri venivano mandati a fare resistenza nella valle che portava giù a Caporetto; verso mezzogiorno il sergente Mosconi ordinava a Delfino, che era il più giovane, di andare fuori dalle trincee per vedere la situazione, mentre lui gli rispondeva: “Mosconi, mandi a morire proprio me?! Almeno gli altri anno vissuto vent’anni in più!”. Comunque, il bersagliere usciva di pattuglia ritrovandosi in mezzo al tiro incrociato delle mitragliatrici nemiche, che lo costringevano a cercare riparo dove capitava, anche dietro a due soldati tedeschi caduti. Intorno le truppe nemiche in movimento erano ovunque e Delfino non riusciva ad avvertire i compagni, poi ad un certo punto tentando la fuga veniva colpito da una pallottola al tallone: dopo essersi finto morto, iniziava a strisciare e rotolare a terra, fino a raggiungere il reparto dove ormai lo credevano caduto. Il maresciallo vedendolo gli disse: “Nessuno sarebbe riuscito a salvarsi, ho ragione quando dico che sei tutto sale e pepe, proprio come uno scoiattolo!”.

 

I ricordi di Delfino scorrono limpidi e continuando racconta che: “Non avevamo più munizioni nè rinforzi, da dietro non ci arrivava più nulla. In compenso, un intero battaglione di tedeschi era scatenato all'attacco e minacciava di accerchiarci. Avevamo centinaia di prigionieri con noi, catturati il giorno prima. Il pomeriggio del 25 ottobre siamo dovuti fuggire a gambe levate da Caporetto…”. I bersaglieri erano così costretti a ritirarsi facendosi strada in qualche modo, nel caos più totale, fino a Cividale, fermandosi di tanto in tanto ad opporre resistenza; non lontano da lì venivano presi, dopo che il capitano e l'attendente erano stati colpiti durante un combattimento.

 

Gli austriaci li guardavano cattivi e dicevano: “Ma bravi, prima ci sparate poi ci dite Gut Kamerad?”. Iniziava così per Delfino la prigionia, prima a Cividale, poi in Austria e alla mente gli torna il ricordo della fame patita e che affliggeva gli stessi austriaci; in seguito veniva rimandato in Veneto per scavare trincee lungo il Piave. Negli ultimi giorni di guerra Delfino tentava più volte la fuga, prima da Vittorio Veneto poi da Conegliano, subito dietro le linee nemiche, riuscendo a raggiungere il Friuli; Delfino si ricorda in particolare di una donna a Spilimbergo che gli aveva dato un bel pezzo di polenta e alla quale disse: “Giuro che con questa ci campo quindici giorni!”. L’avventura del bersagliere finalmente giungeva alla fine con l’arrivo delle truppe italiane che vittoriose entravano a Trieste.

  • 23/08/2008 17:32
    carmela
    come si può scordarsi di un eroe che ha combattuto nella sua tenera gioventù. E' QUESTA L'ITALIA CHE VOLEVAMO?
  • 23/08/2008 20:37
    gierre delusissimo
    e cosa mai ci si può aspettare da un paese che è patria soltanto quando le note dell'inno di mameli salgono nell'aria giusto prima delle partite di calcio, e che invece patria non è quando si tratta di difendere l'incolumità dei propri cittadini inermi e indifesi, specie anziani cioè quelli che hanno già dato ed ora lasciati alla mercè di malfattori sempre più invadenti e protervi, sicuri che mai pagheranno per i loro reati anche i più orrendi.... povero paese ormai nudo!... ma che significato può avere oggi il verso: "stringiamci a coorte siam pronti alla morte l'italia chiamò"..... Chi mai vorrà essere, oggi, pronto alla morte per un paese che è già morto, che non c'è più... ah già, c'è il calcio...
  • 24/08/2008 00:54
    gabriele
    e poi uno drve essere patriottico,nei confronti di questi signori romani,li mortacci.che bellezza di stato delle banane italiano....,chissa quanti come questo signore nella stessa situazione...
  • 24/08/2008 21:55
    Antonio
    vergogna, poi c'è chi grida in piazza per dare sussidi e case gratis alla feccia delinquenziale immigrata ed inutile! Onoriamo gli eroi della patria, basta servizi e pasti gratis a chi con l'Italia non c'entra una mazza e dovrebbe restarsene a casa propria (rom, rumeni, pakistani, cinesi, peruviani, cingalesi ecc... ecc... ecc...)
  • Sono presenti 4 commenti
 

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