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SANGUE IN MEDIO ORIENTE

Gli israeliani alle porte di Gaza City
Olmert: "Siamo vicini all'obiettivo"

I tank israeliani penetrano nella periferia della città. Il primo ministro: "Ci avviciniamo ai nostri obiettivi, ma serve pazienza". Obama: "Ogni Stato ha diritto di difendere i propri cittadini"

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Esplosioni per la Striscia di Gaza (Ap/LaPresse) Gaza, 11 gennaio 2009 - L’esercito israeliano avanza lentamente verso il centro di Gaza City. Prima dell’alba i blindati con la stella di Davide sono penetrati nel quartiere periferico di Sheikh Ajlin mentre colpi di cannone hanno sventrato il quartiere di Tal al-Hawa. Il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha annunciato che l’offensiva ‘Piombo fuso’, che ha fatto più di 850 morti dal suo avvio il 27 dicembre, “si avvicina ai suoi obiettivi” ma va comunque avanti.

 

Decine di famiglie, con un gran numero di bambini e qualche effetto personale, stanno scappando dalla periferia per cercare riparo in luoghi più sicuri. “Abbiamo aspettato che fosse giorno per fuggire, non siamo riusciti a portarci dietro niente, nemmeno del latte per i bambini” ha raccontato alla France Presse Ibtissame Shamallah, giovane madre 22enne con due figli in braccio. “Non voglio parlare, voglio solo scappare, non importa dove” ha aggiunto il marito Abed.

 

Secondo l’Onu, 25mila persone hanno lasciato la propria dimora a causa dei combattimenti e si sono rifugiati nei centri di accoglienza di fortuna allestiti nelle scuole o negli edifici dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unrwa). “I campi profughi sono sovrappopolati, specialmente a Jabaliya” ha denunciato il portavoce dell’Unrwa, Chris Gunness.

 

La periferia di Gaza città è stata teatro di violenti combattimenti: i militari di Tsahal, l’esercito israeliano, hanno preso posizione sui tetti delle case per attaccare i miliziani di Hamas, che hanno risposto con razzi anti-carro e facendo esplodere mine per tentare di impedire l’avanzata dei tank israeliani. Il loro ingresso massiccio in città era previsto dopo l’annuncio ieri, anche con il lancio di volantini, di una “nuova fase” dell’offensiva, caratterizzata soprattutto dalla ricerca meticolosa di ogni terrorista e di ogni deposito di armi.

 

Dieci combattenti di Hamas e della Jihad islamica sono stati uccisi, oltre a due civili secondo fonti ospedaliere. Le violenze sono proseguite anche nel nord della Striscia. Un colpo d’artiglieria sparato dagli israeliani ha centrato una casa di Beit Lahiya, uccidendo due donne e quattro bambini. In tutto, soltanto stamattina sono morte 26 persone, secondo fonti mediche locali. L’ultimo bilancio del responsabile degli interventi di primo soccorso, Muawiya Hassanein, parla di almeno 879 morti palestinesi, di cui 275 bambini e di oltre 3mila 620 feriti dall’inizio dell’offensiva.

 

Le forze armate israeliane hanno annunciato di avere bombardato, durante la notte, 60 obiettivi. L’aviazione, ha detto un portavoce militare, ha colpito tra l’altro tunnel usati per il contrabbando di armi e una moschea nel sud della Striscia di Gaza, trasformata in deposito di armi e luogo di addestramento. La fonte ha parlato anche di dieci attacchi aerei contro gruppi armati palestinesi e segnalato una serie di scontri tra miliziani e fanteria israeliana. Non ha riferito di perdite tra i soldati di Tsahal. Sette razzi sono stati nel frattempo sparati dai gruppi palestinesi contro il territorio israeliano, senza fare vittime.

 

”Israele si avvicina ai suoi obiettivi ma servono ancora pazienza e determinazione per arrivarci, e riuscire nell’intento di cambiare la situazione per quanto riguarda la sicurezza nel sud, in modo che i suoi cittadini vivano a lungo in sicurezza” ha dichiarato Olmert, all’inizio del consiglio dei ministri settimanale. Lo Stato ebraico sostiene di aver seriamente indebolito le capacità militari di Hamas ed eliminato oltre 550 dei suoi uomini nella fase aerea e in quella terrestre dell’offensiva; mentre resta aperta la possibilità che Israele impegni decine di migliaia di riservisti in una terza fase dell’operazione.

 

Il capo in esilio di Hamas, Khaled Meshaal ha giudicato al contrario ieri sera che Israele non abbia raggiunto “alcun obiettivo”, assicurando che la sua gente continuerà a resistere. La posizione del movimento islamico resta sempre la stessa: nessun negoziato sulla tregua fino a quando le forze israeliane non si ritireranno dal territorio palestinese, piegato dalla crisi umanitaria.

 

Due convogli di aiuti alimentari e sanitari dell’Onu dovrebbero entrare nella Striscia in giornata, secondo il portavoce dell’Unrwa che ha ridotto le operazioni dopo la morte dell’autista di un suo convoglio, ucciso dagli spari israeliani. La Croce Rossa internazionale ha comunicato stamattina di aver interrotto il suo servizio di scorta alle ambulanze palestinesi dopo che uno dei veicoli è stato raggiunto dai proiettili.

 

Sul fronte diplomatico, proseguono gli sforzi di mediazione dell’Egitto, che ha proposto un piano per il cessate il fuoco immediato. Alla vigilia di una missione al Cairo, l’emissario israeliano per i negoziati sulla tregua, il generale della riserva Amos Gilad, ha bocciato l’idea di una forza internazionale contro il contrabbando di armi al confine fra l’Egitto e la Striscia. Gilad ha giudicato piuttosto possibile convincere l’Egitto che “dispone di forze armate e di sicurezza efficaci” a mettere fine al traffico d’armi, a condizione che si evitino “polemiche pubbliche” con il Cairo. Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha avuto stamattina una conversazione telefonica con il collega egiziano Aboul Gheit per ribadirgli il “pieno sostegno” dell’Italia per gli sforzi di mediazione egiziani e ha ribadito la “totale disponibilità” dell’Italia a contribuire a un’azione di monitoraggio internazionale, nelle forme che verranno concordate.

 

OBAMA

 

In una intervista concessa all’emittente Abc, il presidente eletto degli Stati Uniti Barack Obama promette che si impegnerà sul processo di pace in Medio Oriente a partire dal primo giorno e ribadisce che “ogni Stato” ha il “dovere di proteggere i propri cittadini”.

 

Nell’intervista in esclusiva, in onda oggi, il giornalista dell’Abc George Stephanopoulos chiede ad Obama se ripeterebbe oggi le dichiarazioni pro-Israele da lui pronunciate lo scorso luglio in occasione della sua visita a Sderot, la cittadina israeliana oggetto negli ultimi anni di continui attacchi con razzi Qassam dalla Striscia di Gaza. Allora Obama disse: “Se qualcuno tirasse dei razzi sulla mia casa ogni sera, dove dormono le mie figlie, farei tutto quello che è in mio potere per fermarlo”. E oggi il presidente eletto ribadisce di considerare “che sia un principio fondamentale di ogni Stato il dovere di proteggere i propri cittadini”.

 

Obama annuncia quindi che sta formando in questi giorni “un team” per impegnarsi sin dal 20 gennaio prossimo, giorno del suo insediamento alla Casa Bianca, “nel processo di pace in Medio Oriente”. Lavoreremo “con tutti gli attori”, per permettere “a israeliani e palestinesi di conseguire le proprie aspirazioni”.

 

Commentando la drammatica situazione nella Striscia di Gaza, dove dal 27 dicembre le truppe israeliane stanno conducendo un’offensiva militare contro Hamas per fermare, il presidente eletto afferma che “è doloroso” vedere le immagini di “civili, israeliani e palestinesi”, sofferenti. E “questo mi rende molto più determinato per cercare” di uscire da questa situazione di impasse, “che dura da decenni”.

 

Il prossimo inquilino della Casa Bianca avverte però che non ci sarà alcuna svolta radicale rispetto alla linea seguita finora dall’amministrazione Bush: “Penso che se si guarda non solo all’amministrazione Bush, ma anche a quello che è successo sotto l’amministrazione Clinton, si intravede la linea guida di un approccio”, precisa Obama.










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