Così un giornale Usa racconta l'invasione. A Prato sono il 10% della popolazione, nella Chinatown di Milano l'espansione commerciale non si ferma, e a Roma abdica la strada degli antiquari
di ANNA BELTRAME
PRATO, 13 gennaio 2009 - NESSUNO sa quanti siano, i cinesi. I residenti sono 10mila, poi ci sono i regolari senza residenza, quindi i clandestini. Si ipotizza siano in tutto circa 20mila, il 10% degli abitanti. Di certo si tratta della comunità orientale più grande d’Italia in valori assoluti. Nel 1988 i residenti cinesi erano solo 31: in vent’anni a Prato sono cambiate tante cose. Pochi giorni fa perfino il Chicago Tribune ha scritto che non esistono al mondo Chinatown come quella pratese, in cui i «bianchi» si sentono stranieri e dove il «modello cinese» ormai è pronto per essere esportato anche in altre parti d’Italia. Sono lavoratori instancabili e tenaci, i cinesi. Scappavano da un Paese economicamente isolato e poverissimo, in particolare dalla regione dello Zhejiang, a vocazione tessile. E a Prato dal tessile hanno iniziato. Hanno occupato spazi, piano piano, sempre di più. Quelli fisici, quindi le case e i capannoni. E quelli economici, il settore delle confezioni soprattutto, il segmento di filiera in cui il distretto pratese era più debole, quello in cui il contenuto di manodopera è più alto e in cui potevano affermarsi grazie a un costo del lavoro irrisorio.
HANNO iniziato a lavorare negli stanzoni, spesso affittati in nero dai pratesi e non a norma. Ma le regole, per i cinesi di Prato, non sono mai state un grosso problema. Nella zona di via Pistoiese ce n’erano parecchi di stanzoni così. Succedeva che vivessero e lavorassero negli stessi locali e non era facile, per i pratesi, abitare accanto a loro. Così un po’ alla volta si è formata Chinatown: i pratesi vendevano casa, a prezzi sempre più bassi, i cinesi aumentavano e facevano affari, anche con i pratesi e spesso in nero.
OGGI È difficile incontrare un italiano in quella zona e le insegne in ideogrammmi sono quasi la totalità. I pratesi rimasti si sentono assediati, sono arrabbiati e hanno alle prossime elezioni sosterranno una lista civica che si chiama «Prato libera&sicura», non a caso.
IN POCHI anni i cinesi di Prato sono diventati una potenza economica e hanno trasformato il distretto nella capitale italiana del prontomoda. Le ditte pratesi soffrono e chiudono, quelle orientali crescono e sono quasi 4mila. I cinesi oggi vivono anche in altri quartieri, comprano ville, macchine lussuose. Non certo tutti, perché la ricchezza di molti si basa ancora sullo sfruttamento dei più deboli e dei clandestini, che hanno però l’ambizione di mettere da parte i soldi e un giorno affrancarsi e diventare a loro volta imprenditori. C’è sete di ricchezza e di futuro, ci sono tenacia e furbizia.
SONO centinaia i blitz compiuti negli ultimi mesi dalle forze di polizia, i sequestri effettuati per situazioni fuorilegge (compresa la violazione delle norme più elementari di igiene), i clandestini trovati a lavorare come schiavi. Si ipotizza che nel 2008 siano partiti da Prato alla volta della Cina quasi due miliardi di euro in rimesse, per buona parte in nero. Una cifra astronomica. Il fatturato complessivo del tessile pratese ammonta a meno di cinque miliardi. Bastano questi due dati per capire.
IN CITTÀ ora si parla di emergenza, di distretto parallelo illegale. Eppure sono bastati pochi anni a far sì che Prato fosse citata non più per la qualità dei suoi tessuti o perché patria di Roberto Benigni, ma per i suoi cinesi. È accaduto con la complicità interessata e poco previdente di tanti e anche per gli errori di valutazione della sinistra al governo. Accade però anche che i cinesi di seconda generazione inizino a integrarsi, a comprare libri italiani, ad andare al cinema. Ma i problemi sono comunque tanti e complessi.
MILANO: ZTL, ESULTANO SOLO I GROSSISTI DELL'EST
MILANO - COLPO GROSSO in via Paolo Sarpi. La Ztl della Moratti, che doveva allontanare i grossisti cinesi, è stata un’arma a doppio taglio e non ha ottenuto i risultati desiderati. Gli orientali sono rimasti dov’erano e a soffrire le conseguenze del traffico limitato rimangono i piccoli commercianti, anche italiani. «Noi siamo stati sempre contrari alla chiusura al traffico — dice Maurizio Italia, vice-presidente dell’Associazione liberi esercenti Sarpi —, soprattutto al fatto di negare l’accesso anche a taxi e autobus. Poi, se l’intenzione era quella di mandare via i cinesi, è stato un buco nell’acqua».
Non solo loro non hanno lasciato il quartiere, ma continuano a espandersi: secondo la Camera di commercio sono 70 le attività che nel 2008 hanno aperto i battenti. Grazie alla forza di volontà. «Per noi è stata un’enorme penalizzazione — dice Zhou Xiao Jin, titolare di un negozio di informatica —: abbiamo perso un sacco di clienti. Ma soprattutto, abbiamo difficoltà a fare arrivare la merce. Ora siamo costretti a organizzarci ciascuno per conto proprio, e non tutti possono permettersi un furgoncino». Anche l’italianissima edicola deve fare i conti con le vendite dimezzate. Stessa cosa per una profumeria: «Le clienti anziane non sanno più come arrivare qui», lamenta la titolare Lilli Di Malta. Insomma, pur tra mille discussioni e difficoltà di integrazione, oggi in via Paolo Sarpi la voce è una sola: la zona è rimasta isolata, e i clienti sono scomparsi. Gli unici a salvarsi: i grossisti cinesi.
Nicolò Stortiglione
ROMA: 'MUORE' VIA DEI CORONARI
ROMA - CINQUECENTO passi per raggiungere San Pietro. Si chiamava via recta perché era la più breve per arrivare al Cupolone poi, negli anni, ha preso il nome di via dei Coronari perché vi si trovavano le botteghe di articoli religiosi: il nome è rimasto, la vocazione artigiana anche. Seppure tramutata, col tempo, in quella di antiquari che offrono ai romani e ai turisti il meglio del mercato. È diventata famosa via dei Coronari, strada non del lusso, ma del buon gusto. Tutto questo però rischia di sparire. Su cento antiquari già tre anni fa lavoravano in sessanta. Oggi quasi la metà ha deciso di mollare.
Undici saracinesche sono abbassate, altre si sono rialzate su negozi di jeans o souvenir. Dietro sicuramente ci sono affitti da capogiro (la media del canone non scende sotto i 2.500 euro) ma anche la penuria di clienti afflitti dalla crisi. «I giovani — racconta un vecchio artigiano — preferiscono Ikea, e il turismo d’elite si vede ormai di rado». I proprietari delle mura, peraltro, non si fanno pregare e chi si presenta con i soldi in contanti è libero di avviare la propria attività. È cominciata così, raccontano i negozianti e i residenti che si sono riuniti in associazione, l’invasione dei cinesi. La questione non è di razza, ma solo di livello dei negozi. Rita Vattani, gioielliera, insiste sul «tono» della via, sulla storia che la distingue: «Souvenir e magliette non stanno bene qui». Battaglia difficile: a Roma in tempi di crisi gli unici ad avere liquidità sono proprio i cinesi che si consorziano in diversi nuclei familiari e poi si espandono. Come avvenuto all’Esquilino.
r. r.