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EMERGENZA IMMIGRATI

Stanze vuote e pugno duro:
così il Marocco ferma i clandestini

Viaggio in un Cpt nel Sahara: "I diritti sono garantiti: nessun maltrattamento, ma abbiamo dimezzato i flussi migratori". Le vittime dei viaggi della speranza, il deserto seppelisce 1500 persone l'anno

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Immigrati Laayoune (Marocco), 6 maggio 2009 - L’America dei clandestini è anche Las Palmas, capitale delle isole Canarie (Spagna) ad appena quaranta minuti di navigazione da Laayoune, città considerata la capitale del Sahara occidentale, terra rovente dove si incrociano traffici di esseri umani, guerre senza frontiere e senza tempo fra gli esuli del Polisario e lo stato del Marocco e, come dicono alcuni funzionari governativi di quest’area, anche crocevia del terrorismo internazionale che avrebbe le nuove basi in aree inaccessibili del deserto della Mauritania. Pure quaggiù, dove sbocca una delle piste invisibili degli «scafisti del deserto» che scaricano i disperati pronti ad affrontare l’Oceano verso l’Europa, c’è un Centro di permanenza temporanea per clandestini e irregolari. Mohamed Jelmous, prefetto di Laayoune, sottolinea più volte che il «mio Paese sta facendo di tutto per avvicinarsi all’Europa nella lotta al traffico illegale di esseri umani». E infatti la legge è durissima anche solo con chi ha un documento sospetto.


Il Cpt locale è una vecchia costruzione bassa color ocra protetta da un muro. Da una feritoia vicino all’ingresso spunta il volto di un ragazzo di colore che allunga la mano e chiede soldi. Il funzionario di polizia che ci fa entrare è tassativo: niente foto. Il sole picchia su un cortile di venti per venti attorno al quale ci sono almeno sei stanzoni completamente spogli, ma con i muri imbiancati di fresco. Sono i dormitori. «Quando entri ti danno materasso e coperte che sistemi a terra e niente altro — racconta Amhed, 30 anni, che in Senegal faceva il calciatore —; io sono stato fermato per un controllo sul mio passaporto. Me l’hanno sequestrato e da nove giorni sono qui senza spiegazione perché sospettano che io sia irregolare». Sidy Gueje, 25 anni, anch’egli senegalese, studente: «Avevo trovato lavoro a Marrakech, ma non ho il permesso di soggiorno. Mi hanno sbattuto qui e non so più nulla». A terra, nello stanzone che scoppia di caldo, un caos di coperte, abiti, sportine di plastica, bottiglie di acqua minerale. Nemmeno un mobile. Qui ci stanno fino a 200 uomini stipati come possono. Niente brandine, né mobili. In un’altra stanza si mangia, nel cortilone in terra battuta si passeggia. Non ci sono sale tv, mediatori culturali, attività interne, infermeria specializzata come da noi. Bagni e docce sono sistemati alla meglio in alcune stanzette.

 

«Se stanno tranquilli — spiega il capo della guarnigione — sono liberi e comunque nessuno viene maltrattato». Aboismcor, 23 anni, uno spilungone con la tristezza stampata negli occhi, non è dello stesso parere: «Questo è un posto infame, ci trattano male e non ci danno spiegazioni. Io sono venuto in Marocco per lavorare e mi hanno sbattuto qua. Senza dirmi quando uscirò». Tutti hanno una versione apparentemente plausibile. Il capo dei militari concede lo sfogo, ma precisa: «In questo momento qui sono in pochi solo perché ora la lotta contro l’immigrazione funziona. Quando uno viene fermato l’ambasciata si interessa del caso, fa gli accertamenti e poi a gruppi di cinquanta vengono rispediti a casa. I diritti umani e civili? Rispettati». Qui di ricorsi al tribunale non se ne parla. Se uno è clandestino finisce dentro e viene rimpatriato. Stop.

 

Quando usciamo, un ragazzo della Nuova Guinea che avrà sì e no 19 anni ci rincorre col calciatore: «Non andate, lasciateci raccontare ancora...». Il prefetto insiste per convincerci che il Marocco non è un colabrodo: «Nella vicina regione del Tam Tam, al confine con l’Algeria, arrivavano 400 clandestini al giorno. Il nostro impegno ha diminuito il flusso di oltre il 50%. La polizia pattuglia senza sosta i confini, Mauritania compresa, e l’Oceano, dove in certi tratti i punti fissi di agenti sono uno per chilometro».

 

Secondo alcune organizzazioni umanitarie, però, spesso la polizia va per le spicce e respinge alla frontiera i migranti che tentano la fortuna sulle «carrette del deserto». E ogni viaggio conta le sue vittime. Secondo l’Osservatorio Fortress Europe, sulle piste che attraversano Sudan, Chad, Niger e Mali, Libia e Algeria, muoiono almeno 1550 persone l’anno, mentre tra il 1998 e il 2008 sulle rotte dal deserto alla Spagna puntando verso le Canarie o Gibilterra hanno perso la vita 4mila migranti. Nei villaggi di pescatori sulla strada che da Dakhla sale verso Laayoune molti confermano che spesso quando la quiete scende sulle coste dopo una tempesta le onde restituiscono corpi straziati e senza nome. A Rabat, capitale del Marocco, Mohamed Ameur, il ministro che segue i problemi dei migranti dice: «Il calo sensibile dei clandestini che passano da noi si vede». Sorride quando gli chiediamo se sa delle accuse che la sinistra fa in Italia contro i Centri di espulsione e le leggi sull’immigrazione. «Comprendo la pressione politica e capisco che ci siano problemi — dice —, ma a noi risulta che le vostre leggi e i vostri meccanismi di espulsione rispettano i diritti umani. Gli ex Cpt italiani? Se i clandestini mangiano, bevono e dormono, e non subiscono violenze non capisco dove sia la disumanità. E anche da noi chi non ha lavoro non può stare in Marocco. Non c’è scelta». Il ministro sospira: «So che da voi è il centrosinistra che fa accuse. È la stessa parte che sostiene il Polisario, forza che peraltro strumentalizza i flussi di clandestini. E la sinistra, non a caso, è sempre in ritardo nella comprensione di certi problemi». L’appello del governo di Rabat riguarda anche l’immigrazione dei marocchini verso l’Italia: «Aiutateci, noi facciamo la nostra parte».
I sindaci lo ripetono come in un disco: in tutto il Paese, ma soprattutto nel Sahara, vengono cancellate le bidonville e a coloro che costruiscono la propria casa vengono concessi gratis terreno e 3mila euro. E qui, con l’equivalente di 6, 7mila euro, il gioco è fatto.

dall'inviato Beppe Boni










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