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IL COMMENTO

Saper fare i conti
con la cultura

           

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Pierluigi Masini Bologna, 23 novembre 2008 - PARTIAMO dall’avverbio e dall’aggettivo ("sommamente incompetente") usato qualche giorno fa da Rutelli per definire il supermanager della Cultura Mario Resca, per arrivare all’articolo di ieri del New York Times che parla di "McCaravaggio" e dei rischi della "cultura fast-food", echeggiando oltreoceano la scontata polemica sull’ex patron di McDonald’s Italia.

 

Morale: come al solito, quando parliamo di Cultura, rispunta la sindrome da fortino assediato. Grida d’allarme autoreferenziali, che tradiscono l’incapacità concettuale di aprire all’innesto della cultura manageriale nella gestione dei musei del Bel Paese. Per la paura, vera, di perdere poltrone e potere. Allarme ammantato di superiorità intellettuale: la cultura deve essere gestita da uomini di cultura perché loro, e solo loro, sanno farlo. Fuori gli intrusi.

 

Ma chi l’ha detto? La cultura la fanno gli uomini di cultura, giusto e fin troppo scontato. Ma a fare i conti con la mancanza di soldi statali e con la necessità di calamitare risorse dagli sponsor devono essere figure professionali d’eccellenza. Che sappiano portare logiche imprenditoriali e far quadrare i bilanci. Che non abbiano il "timore politico" di razionalizzare le spese dei 3.200 musei presenti nel nostro territorio: che trattino di risorse umane con i sindacati e di polizze assicurative per i prestiti con i Lloyd’s di Londra; di marketing territoriale con le amministrazioni locali e di riqualificazione professionale con le Università, tanto per fare degli esempi.

 

Separiamo la ricerca scientifica, anche nel campo artistico, e la conseguente proposta culturale di esposizioni e collezioni, dalla gestione economica dei beni culturali: scopriremo che, sotto una guida capace di far dialogare senza pregiudizi le due anime, ciascuna ci guadagnerà. Con il piccolo particolare che, in un momento di crisi come quello che abbiamo di fronte (non alle spalle), dobbiamo ripartire dai fondamentali. Che significa, banalmente, esportare un brand come gli Uffizi in tutto il mondo: se lo fa il Louvre ad Abu Dhabi non possiamo farlo noi? Allora: siamo proprio sicuri che l’aggettivo "incompetente" riferito a Resca sia corretto?

di Pierluigi Masini

  • 23/11/2008 19:42
    Madrid
    Abbiamo visto quello che i "manager professionali" hanno combinato in campo industriale. In tanti, troppi casi, hanno affondato un'impresa perché non avevano un'idea di quello che l'impresa produceva. Emblematico il caso del CEO di Disney che in un anno ha quasi portato l'impresa al fallimento, ed è stato licenziato con 90 milioni di dollari di buono uscita. Insomma, cari e ignoranti. E perché dovremmo fidarci di questa gente e dare loro in mano la cultura? Voglio che siano dei medici a decidere cosa fare nell'ospedale dove mi curo, che siano dei giornalisti a decidere cosa scrivere sul giornale. Perché dovrei lasciare che sia un "supermanager" a decidere l'offerta culturale? Già ci troviamo abbastanza nei guai per l'incapacità di questa gente. Per parte mia, alla maggior parte di loro non farei gestire neppure la mia lista della spesa.
  • 23/11/2008 21:20
    Madrid
    (continua) ed un commento al Sig. Pierluigi Masini. "Esportare" gli uffizi nel senso che dice lei, come se si trattasse del logotipo di Mc Donald's mi sembra una proposta aberrante. Non tutto è commercio. Per carità, tanto di cappello al commercio ed all'industria però, se mi permette, ci sono aspetti della vita al di la del commercio. Infine, se mi permette, gli uffizi non sono un "brand". Tuttalpiù sono un "marchio". Lei scrive per un giornale italiano, non faccia un uso gratuito di parole straniere come fanno i "manager" che le usano per supplire alla mancanza di idee.
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