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Le piccole storie di calcio di Antonio Barillà

"Lucentissimo l’opposto cuoio delle scarpe e della testa" è il titolo del libro del giornalista del Corriere dello sport-Stadio: memorie, passione e povertà dello sport più bello del mondo

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Bologna, 23 luglio 2008 - Quando in trasferta si andava a piedi o in bicicletta. Quando il campionato durava un giorno solo. Quando l'arbitro portava l'ombrello. Quando un'anguria era il premio partita... Antonio Barillà, giornalista del Corriere dello sport-Stadio, ha rovistato nelle memorie del pallone, tra passione, povertà e fantasia, raccogliendo tante piccole storie che si fondono nella Storia del calcio. Ne è venuto fuori un libro originale, "Lucentissimo l'opposto cuoio delle scarpe e della testa - piccole storie all'alba del calcio" (pp 134, 11 euro), pubblicato dalla Sedizioni Milano con prefazione di Fabio Monti: aneddoti e racconti di uno sport ormai perduto, quello romantico e duro dei pionieri, fatto di bombette e baffi arricciati, piedi nudi e palloni sformati, fumo d'osterie e polvere di campi. Eccone un gustoso assaggio.

 

Estratto capitolo: trasferte

 

Sessanta chilometri a piedi


La stazione di Lucca prende forma lentamente, man mano che si diradano le nuvole di fumo. Il tramonto colora il porticato, i prati, le mura sullo sfondo. Terziole scende per primo dal treno, trascinando un grosso sacco di tela. «Metà cammino è fatto – sussurra stiracchiandosi – domani ancora mezzo e arriveremo a Prato. Per vincere, come ci piace. Non c’entra se l’incontro è d’amicizia». Il suo vero nome, Tersicore Bertuccelli, è imprigionato nei registri della pieve: ribattezzato Terziole dai pescatori del porto che gli insegnavano a riparare le reti da bambino, è cresciuto con il soprannome appiccicato e tutti a Viareggio lo conoscono così. Terziole è il centromediano dell’Esperia, anzi l’anima, quello che fa tutto. Mena, sradica palloni e corre, però si danna pure fuori dal campo: sin dalla prima partita, giocata nel 1915, si occupa di sistemare le porte, delimitare la piazza e procurare le sedie per gli spettatori di riguardo.

 

È una processione allegra, quella che si avvicina alle mura: la apre un signore di mezza età con bombetta, la chiudono due ragazzetti che portano la cassa con le maglie e le provviste. Terziole saluta davanti alla pensione scelta per trascorrere la notte. Lui non si ferma, va a dormire da una cugina: i soldi scarseggiano e risparmiare non guasta. Il pernottamento a Lucca, d’altra parte, è forzato: colpa dei collegamenti approssimativi. Si poteva rifiutare l’invito, ma l’orgoglio giustifica il sacrificio.

 

Sbuffi, rumore di ferraglia, facce assonnate nell’atrio: Lucca sbadiglia ancora e i ragazzi dell’Esperia sono di nuovo in stazione. Hanno smesso di ridere, però: continuano a chiedere quanto manchi alla partenza e non staccano gli occhi dal porticato. Terziole non c’è ancora, la cugina ha dimenticato di svegliarlo, la campanella dice che non c’è più tempo e il capostazione agita già la bandierina. Un guaio, un guaio grosso: perché Terziole è forte, ma anche perché Terziole ha il sacco. E nel sacco ci sono le scarpe da gioco di tutti. Il signore di mezza età con la bombetta tormenta l’orologio da taschino, si informa ancora una volta, allarga le braccia sconsolato: in mattinata non ci sono altri treni, niente da fare, bisogna partire.

 

C’è un buon pubblico oltre la corda che segna il lato destro del campo, tesa fra un pino e la baracca di legno. I calciatori del Prato giocherellano con il pallone e accomodano le buche più vistose, quelli dell’Esperia si preparano a raggiungerli con le maglie bianconere e gli stivaletti da passeggio. È in questo momento che scorgono Terziole, trafelato, con il sacco sulle spalle: ha seguito a piedi la strada ferrata, percorrendo sessanta chilometri. Il suo gesto, sulla via del ritorno, viene premiato con un chilo di pane: Terziole lo divora in un baleno, è digiuno dalla sera prima.

 

 


Tutti in bici

 

La nebbia cancella Vercelli. Scontorna case, strade, campanili. Sono le tre del mattino, ma la giornata di Sessa è già iniziata: ciondola in bicicletta e pensa al Milan, immagina la partita di Casteggio.
È il 20 settembre 1904. I calciatori della Pro vestono di bianconero, non ci sono ancora le maglie candide del mito: arriveranno presto, qualche bucato ancora, cenere e acqua bollente porteranno via le strisce colorate. Il torneo di Casteggio è prestigioso, ideale per consacrare la squadra formata un anno prima: è apparsa forte fin dalle prime uscite, ma un esame di maturità ci vuole. L’invito è stato accolto con entusiasmo, la distanza non preoccupa nessuno: una levataccia e sessanta chilometri in bici valgono bene un pomeriggio di gloria.
Sessa ciondola, barcolla vistosamente, e quando arriva in piazza frena aiutandosi coi piedi: cade il fagotto con la pagnotta sistemato accanto al pallone nel cestello, ma lui mantiene l’equilibrio e per questo si sente felice. Ha imparato a stare sui pedali da un paio di giorni appena, istruito in fretta dai compagni apposta per la trasferta di Casteggio. Loro sono già pronti, lo aspettano seduti sugli scalini della chiesa.

 

Due battute e riprendono le bici, due pedalate e si infilano nella nebbia. Sessa ciondola, però se la cava. È solo più lento, e sul Ticino paga conto. Bisogna versare il pedaggio per attraversare un ponte ma uno scambio di sguardi furbi rivela un’idea diversa: i ragazzi fanno roteare le gambe e sciamano in gruppo davanti al guardiano, sbeffeggiandolo. Potrebbe lasciar perdere, il vecchio omino coi baffi gialli, contentarsi di una scia di imprecazioni destinate a frantumarsi contro i fischi e le risate. Abbandona il gabbiotto, invece, e si lancia all’inseguimento: acciuffa Sessa, ultimo, senza difficoltà, e lo obbliga a pagare per tutti.

 

Frova sta ancora prendendo in giro l’amico quando avverte un cigolio strano e un colpo secco: evita a stento la caduta e si accorge che una ruota è fuori posto. Si ferma, armeggia, poi si arrende e comincia a camminare. Spinge stancamente la bicicletta lungo la stradina che taglia la campagna, finalmente un carrettiere s'accosta e gli dà un passaggio fino alla bottega di un fabbro. Frova accumula ritardo, raggiunge i compagni solo nel primo pomeriggio, quando tutti hanno mangiato senza preoccuparsi di lasciargli qualcosa. Digiuno e sfiancato dai chilometri, a Casteggio gioca malissimo: si convince di non essere portato per il calcio e chiude la sua breve carriera.

 

Sulla via del ritorno, comunque, non è soltanto lui ad avere fame. I cestelli delle biciclette sono vuoti, i sacchi sgonfi e raggrinziti, dalle tasche escono più tappi che monete. Solito scambio di occhiate e cenni complici, solite risate mentre le biciclette finiscono ammonticchiate accanto a una trattoria. Entra soltanto Bertinetti, sceglie un tavolo vicino alla finestra e ordina bistecca con patate. Il pane, naturalmente, è gratis: lui lo chiede più volte e lo lancia fuori ai compagni in attesa.

 


Estratto capitolo: Scudetti d'epoca

 

Il campionato in 24 ore


James Spensley esce a passi lenti dall’osteria trasformata in spogliatoio. C’è il sole, il campo è bello, cinquanta spettatori fremono oltre lo steccato. Spensley è il medico inglese che cura i naviganti del porto di Genova, maestro di scoutismo e di pallone, capitano del Genoa cricket and football club chiamato a sfidare l’oligarchia piemontese.Il primo campionato si gioca a Torino, dalle parti di Porta Susa. Qui è nato il calcio italiano, importato nel 1887 da Edoardo Bosio dopo un viaggio in Inghilterra, e qui, due mesi prima, il 15 marzo 1898, la Federazione ha visto la luce.

 

Spensley prende posto tra i pali, le maniche della camicia arrotolate: dà le ultime spiegazioni a Bocciardo, istruisce Leaver, incita Le Pelley: è la seconda partita della mattina, di fronte c’è la Ginnastica di Torino: nel primo incontro l’Internazionale di Torino ha superato la Torinese per 1-0. Non partecipano Alessandria e Mediolanum: dopo essersi iscritte, hanno preferito rinunciare. I genoani sono arrivati in treno, sentono la stanchezza, ma stringono i denti e vincono 2-1. Spensley alza i pugni al cielo, Bertollo e Ghigliotti saltano come grilli, De Galleani e Pasteur coniano brindisi al rinfresco di mezzogiorno, offerto dalla ditta Carpano e dalla pasticceria Diltey.
La finale si gioca nel tardo pomeriggio, l’interesse cresce, il pubblico si ingrossa: 127 spettatori sul prato, 197 lire nella cassettina di legno.

 

Per assegnare il titolo occorrono due ore e venti minuti: alla fine (ancora 2-1) la spunta il Genoa. La premiazione ha luogo la sera stessa, nella Trattoria del Velocipedista, a metà del banchetto ufficiale allestito con un contributo di cinque lire a testa: il club ligure riceve una coppa d’argento messa in palio dal Duca degli Abruzzi, i singoli calciatori una medaglia d’oro stile rococò. La notizia del successo, un paio di giorni dopo, trova un angolino sul Secolo XIX.

 

Scudetto negato


In realtà, il titolo di Campione d’Italia viene già messo in palio due anni prima a Treviso. Dal 6 all’8 settembre 1896, nell’ambito di un concorso ginnastico interprovinciale, la città veneta ha infatti ospitato la Prima gara internazionale dei Giochi. E fra tali giochi, alla voce “e”, c’è il calcio. Sul gradino più alto del podio sale la Società Udinese Scherma e Ginnastica, trascinata dal centravanti e capitano Antonio Dal Dan.

 

Alla manifestazione, mai riconosciuta dalla Federazione perché antecedente alla sua nascita, hanno preso parte anche Turazza Treviso e Società Ginnastica Ferrara. «Alle 9 ant. In Piazza d’Armi – si legge su La Patria del Friuli del 9 settembre – si giuocò per il campionato di foot-ball - vincere due prove su tre - tra le squadre: Turazza e Udine vincendo Udine, Ferrara e Udine rimanendo la vittoria ancora a Udine che ebbe così il Campionato. Alle partite, bellissime e interessantissime, assisteva molto pubblico che plaudì ai bravi e forti giocatori». L’Udinese viene premiata con un gonfalone di seta bianco con frange e iscrizioni d’oro.










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