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L'INTERVISTA

Forattini: 'La mia satira senza censure'

'Qn'-'il Resto del Carlino'-'La Nazione'-'Il Giorno' si arricchisce di una nuova, prestigiosa collaborazione. Giorgio Forattini, il maestro della satira politica italiana, firmerà in esclusiva due vignette settimanali in prima pagina, il sabato e il giovedì, commentando da par suo l'attualità

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giorgio forattini Milano, 1 agosto 2008 - Di lui si può davvero dire che ha lasciato il segno sulla recente storia d’Italia: quello della sua matita. Giorgio Forattini è il nuovo vignettista del 'Qn'-'il Resto del Carlino'-'La Nazione'-'Il Giorno'.

Lei è stato il primo vignettista a occupare stabilmente le prime pagine dei quotidiani italiani. Come si è inventato un mestiere che non esisteva?
"Alt: non sono stato io il primo, ma Giovannino Guareschi. Io mi considero un po’ suo figlio. Lui è morto nel ’68, io ho cominciato nel ’70. Mi piace pensare che mi abbia passato il testimone".

Però Guareschi pubblicava le vignette sul 'Candido. Lei invece sui principali quotidiani italiani.
"Ho cominciato a fare il giornalista abbastanza tardi: avevo 39 anni. Prima avevo fatto di tutto. Mio padre era direttore dell’Agip - prima di Mattei - ma non mi voleva dare una lira. Così sono stato operaio in una raffineria di Cremona, e poi per vent’anni ho fatto il rappresentante: prima nel commercio dei petroli, poi nei dischi per la Ricordi e infine negli elettrodomestici per la Triplex. Ho anche frequentato l’Accademia di teatro a Roma. Mia compagna era Sofia Scicolone, che poi sarebbe diventata Sophia Loren. Dopo 20 anni come rappresentante ho cominciato a lavorare nella pubblicità come copywriter in un’agenzia di Roma. Ho inventato alcuni slogan diventati famosi: Cin cin... Cynar, che poi venne scelto invece da Cinzano. Oppure ’Sic Transit gloria mundi’ per il furgone Transit della Ford".

Ai giornali come arrivò?
"Nel ’70, grazie a un concorso per fumettisti di 'Paese Sera'. L’anno prima lo aveva vinto il povero Bonvi. Poi toccò a me. Cominciai a disegnare le strisce per il quotidiano e intanto mi assunsero come grafico. Come vignettista ero eccellente, come grafico pessimo. Poi nel ’73 mi chiamò Lamberto Sechi direttore di 'Panorama' perché una persona che lo conosceva mi aveva visto disegnare dei pupazzi mentre telefonavo. Passai tre mesi a fare vignette: Sechi le guardava e mi diceva, bella, ma cosa vuol dire?"

Prima di lei, Guareschi a parte, nessuno aveva disegnato vignette per i quotidiani d’informazione, allora molto seri, o per i settimanali “impegnati”. Come affrontò il lavoro?
"Mi ispiravo ai giornali francesi, 'Le Monde', 'Nouvel Observateur', 'L’Express'. Mentre i giornali inglesi preferiscono la vignetta con la battuta, quelli francesi pubblicano spesso vignette mute. E io li imitai. Ma la vignetta che mi fece diventare veramente famoso fu quella relativa al divorzio, con Fanfani, il “tappo”, che veniva proiettato da una bottiglia di champagne. Io non mi ero mai impegnato in politica, quella fu l’unica occasione in cui scesi in piazza con Pannella: volevo divorziare dalla mia prima moglie. Il giorno dopo l’esito del referendum, in piazza Navona tutti esibivano la mia vignetta sui cartelli: un trionfo. Quello stesso anno venni chiamato da Scalfari per disegnare il progetto grafico di 'Repubblica' che stava nascendo, e come vignettista. Nel ’78 si fece l’inserto Satyricon e lì nacquero Vauro, Staino, Ellekappa. Poi venni chiamato da Montezemolo alla 'Stampa' dove conquistai la prima pagina e poi tornai a 'Repubblica', poi di nuovo alla 'Stampa'. Due anni fa sono entrato al 'Giornale' e ora sono molto felice di poter pubblica le mie vignette sul QN".

In 38 anni di carriera mai una censura?
"Mai. Magari Scalfari mi chiamava con l’altoparlante interno per dirmi: “Mi dicono che stai facendo De Mita in mutande...”. Oppure a Torino storcevano il naso quando disegnavo Spadolini nudo, lo stesso Spadolini che scriveva in terza pagina! Ma censure nemmeno una".

Querele invece molte.
"Non tantissime. Tutte ritirate, compresa quella famosa di D’Alema sul caso Mitrokhin, ritirata un anno e mezzo dopo averla sporta. Di recente invece, purtroppo, sono stato condannato anche in Cassazione per una vignetta su Caselli e sul suicidio del giudice Lombardini. La Cassazione ha così stabilito un precedente pericolosissimo sui limiti del diritto di satira: la satira non deve colpire le istituzioni. Ma allora a chi dovrei fare i miei sberleffi?".

Si è mai pentito di qualche vignetta?
"Solo in un caso, quando Raul Gardini si suicidò. Allora correva in Coppa America con Il Moro di Venezia. Io disegnai una barca che affondava con la didascalia: “Il morto di Venezia”. Non lo rifarei. Allora come tutti ero favorevole a Mani Pulite, solo in seguito ho capito che era una manovra dei giudici per eliminare i partiti tradizionali e salvare solo il Pci".

Oggi è più difficile fare satira?
"Oggi gli spazi si sono ristretti. Guardi i giornali: le vignette sono sparite! Per esempio, quando sono andato via, “Repubblica” non mi ha sostituito. Altan fa una vignetta a settimana ed è bravissimo, ma lui non disegna i politici. La satira si estingue un po’ perché i giornali sono in crisi e tagliano sui costi. Un po’ per la cosiddetta satira televisiva, che però non è la satira dei giornali. La satira dei giornali è elegante, sofisticata, e poi se uno vuole può comperare il quotidiano oppure no. La satira in tv invece è unidirezionale, da sinistra contro la destra".

C’è qualche collega che stima?
"Mi piacciono tutti. Sono tutti bravissimi" (ma il sorriso con cui lo dice è alquanto sospetto...).

Ha mai fatto qualche calcolo sulla sua attività di vignettista?
"In 38 anni di carriera credo di aver disegnato almeno 10mila vignette, di cui 3mila a colori (infatti sta per uscire il mio nuovo libro “Vaffancolor”). E ho pubblicato 45 libri che hanno venduto più o meno 3 milioni di copie".

E non è ancora stufo?
"Disegnare vignette è la mia droga. Anche quando non lavoro per nessun giornale ne disegno almeno una al giorno. Non riesco a smettere".

Piero Degli Antoni










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