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IL RICORDO

Titta Pasinetti, l'inviato speciale
che aveva la bulimia di vivere

All'anagrafe faceva Gianbattista e nella sua carriera si è occupato di tutto, ciclismo, calcio, cronaca, musica. Ora un libro ripropone i migliori articoli di questo giornalista di razza scomparso dopo aver combattuto una coraggiosa battaglia contro il cancro

                                                    di Xavier Jacobelli

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Titta Pasinetti (da internet) Bologna, 29 giugno 2009 - E' difficile parlare di un amico che non c'è più, anche se sono passati sei anni da quando se n'è andato e di anni, quando se n'è andato, ucciso dal cancro, l'amico ne aveva solo cinquanta. Affondi il dolore sotto il tempo che passa, la vita che scorre, le cose da fare. E ti illudi che tutto ti aiuti a essere così debole da perdere la memoria. Poi, un mattino, sulla scrivania lasciano un libro. S'intitola "Dal nostro inviato", raccolta di articoli di Titta Pasinetti, (1952-2003), giornalista del Giornale di Bergamo, del Gazzettino di Venezia, del Giornale per vent'anni, prima con Montanelli e poi con Feltri. E' lì che ci siamo ritrovati, nel '94 e abbiamo lavorato insieme sino al '97, lui inviato, io capo dello sport. Avevamo cominciato quindici anni prima, a Bergamo.

 

Titta, all'anagrafe faceva Gianbattista. Si è occupato di ciclismo, calcio, cronaca, musica. Scriveva da Dio. Questo libro, curato da Antonella Antonello, nasce dalla volontà di ricordarlo e non dal desiderio di celebrarlo. Ma di raccontare chi fosse e che cosa pensasse, riproponendo i suoi articoli, il suo stile corrosivo, ironico, icastico. Inconfondibile. Dentro, c'è molto: c'è la denuncia del ciclismo dopato (nel 1994, quando lo prendevano per pazzo o lo minacciavano di morte per averlo scritto) e c'è l'esaltazione del campione vero, dell'uomo di sport, del solista (leggere i capitoli su Buffon, Capello e Zenga con incorporata una prosaica massima di vita: "Ci sono solo due categorie di persone che possono sbagliare una volta sola. I paraculi e le vergini"). C'è il ritratto del vippame, vippaio o verminaio - fate voi - riunito sulla Costa Smeralda e dipinto undici anni prima di Zappadu e di Silvio, delle feste e di tutto il resto. C'è la cronaca della repubblica delle Banane (il traghetto per l'inferno Cagliari-Trapani e altri disservizi di Stato), c'è la politica (straordinario il resoconto del ritorno di De Mita in Parlamento: l'anno era il 1996, gli anni di Ciraco erano 68), c'è Sanremo. C'è tutto Titta, bulimico della vita e di questo mestiere che gli è stato addosso sino all'ultimo respiro. Il 14 novembre 2002, Il Giornale pubblica la sua lettera testamento: "Io, in lotta con il cancro, ingannato dalle illusioni dei media". Una lucida, scorticante invettiva "contro la tv che non deve dare a chi lotta contro un tumore informazioni sensazionalistiche". Aveva coraggio, Titta. Lo sa bene Alessandra Fiumara, la splendida donna che gli è stata accanto sino all'ultimo, amandolo con l'amore vero che sa essere anche dedizione, devozione, generosità senza pari. Questo mestiere, se avesse voluto, Titta avrebbe potuto insegnarlo a quelli del copia e incolla, quelli convinti che il congiuntivo sia una malattia dell'occhio, quelli che dormono in redazione davanti al computer, facendo finta di essere svegli. L'importante è che la morte ci colga vivi, raccomandava Marcello Marchesi. Titta è vivo.

 

"Dal nostro inviato", Edizioni Biblioteca dell'Immagine, pagg.183, euro 12 

di Xavier Jacobelli










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