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REPORTAGE ESCLUSIVO

Il nostro inviato in diretta dal Tibet
La verità da Lhasa: guarda il video

Roberto Baldini, reporter di Qn, è andato 'sul tetto del mondo' viaggiando sul treno superveloce. Tre mesi dopo la rivolta nessuno parla più dei monaci

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Manifestazioni pro Tibet Lhasa, 10 luglio 2008 - «TIBET, TIBET, che ne sapete voi occidentali del Tibet? Avete scritto un sacco di bugie, avete trasformato in una nobile ribellione la protesta di quattro estremisti violenti». Il ragazzo appoggiato al finestrino del treno, davanti allo scenario maestoso delle montagne di Nashankou, si definisce un ‘turista’ cinese anche se non ha per nulla l’aria di chi va a Lhasa per distrarsi dal lavoro. Sul ‘treno del cielo’, questo miracolo d’ingegneria ferroviaria che da Xining ti porta in 25 ore e mezza sul Tetto del Mondo (48 ore da Pechino) puoi parlare della bellezza del Potala Palace, delle suggestioni della città vecchia, delle meraviglie del monastero di Jockhang o delle magiche atmosfere del Barkhor, il grande circuito dei pellegrini. Ma non della rivolta del 14 marzo. Non di monaci arrestati o uccisi. Non di prigionieri.

 

LUNGO i corridoi strapieni, la gente non capisce una parola d’inglese e sorride allargando le braccia, oppure incarica Yanzin, la nostra cortese traduttrice del ministero degli Esteri, di dire che non sa nulla, o che non vuole dire nulla. Uno dei più audaci si spinge ad affermare che lui nei giorni del grande incendio di Lhasa c’era, ma si è chiuso in casa e quindi non puo’ raccontare. E’ un tibetano, uno dei pochissimi che viaggiano sul ‘Tibet Express’. Il resto sono cinesi, gente che va e che viene da Lhasa per affari – un negozio, un hotel, un ristorante – oppure poliziotti e militari che vanno a rinforzare le fila di un apparato di sicurezza che almeno per tutta la durata delle Olimpiadi resterà sul chi vive. Pechino non permetterà che succeda un altro 14 marzo, ne va dell’immagine della nuova Cina, la Cina aperta al dialogo e al mercato, la Cina che è perfino disposta a ‘trattare’ con il Dalai Lama, purché lui rinunci pubblicamente all’indipendenza e condanni gli atti di sabotaggio dei Giochi. «Parla in troppi modi, deve dimostrare le sue parole con i fatti» ribadisce il vicedirettore dell’Ufficio Stampa del ministero dell’Informazione Wang Pi Jun.

 

«Troppe bugie sugli incidenti di Lhasa, parlano di centinaia di morti falsi ma nessuno racconta dei monaci che rovesciavano acqua bollente sulle teste dei poliziotti...». Wang sembra convinto di ciò che racconta, ma nessun giornalista era a Lhasa per poter raccontare la verità. Ora, dopo il grande black out dell’informazione, il Tibet è riaperto, come ha annunciato trionfalmente qualche settimana fa l’agenzia Nuova Cina. E’ vero: solo che i giornalisti devono viaggiare con la ‘scorta’ e perfino i quattro turisti cecoslovacchi che incontriamo a Xining hanno sì ottenuto il permesso di entrare a Lhasa, ma avranno una ‘guida’ alle calcagna per l’intera durata del soggiorno. Ed eccoci qui tutti insieme sul treno più alto del mondo, pronti ad affrontare la salita fino alla bocca di Tangula, 5072 metri. Xining, la stazione di partenza, è una città-cantiere zeppa di gru che cerca disperatamente di conciliare verde e cemento, ed è anche l’ultima vera frontiera tra la Cina e il Tibet.

 

Ma Lhasa è lontana da qui. Esattamente 1976 chilometri, 25 ore e mezzo di treno, l’unico dove puoi fare colazione a 2000 metri, pranzare a 4500 e cenare alla massima altitudine mai raggiunte da una strada ferrata: appunto 5072 metri, 200 in più della ferrovia peruviana di Machu Pichu. Il biglietto solo andata costa 300 yuan (circa 30 euro) sulla ‘poltrona rigida’, un po’ di più nella ‘cuccetta rigida’ (cabine a sei letti) e molto di più, 800 yuan, nella ‘cuccetta morbida’. Ogni carozza pullula di inservienti e poliziotti. Il ristorante, 12 tavoli a 4 posti offre menù variegati, dalle ottime fantasie di vegetali a brodaglie dal sapore indecifrabile. A colazione i coraggiosi possono provare perfino l’ebbrezza di un succo di arancio aromatizzato caldo. Tong, gigantesco capotreno, sempre impettito, spiega che ogni convoglio trasporta 554 persone ed è sempre esaurito. In prima e seconda classe, quella delle cuccette morbide e rigide, ci sono per lo più turisti che arrivano da tutte le città della Cina. In terza classe, quella delle poltrone rigide, sembra di entrare in un vicolo di Shangai, in una babele di uomini, donne, bambini, colori, grida, risate, aromi e miasmi.

 

Molti sono han, l’etnia principale cinese, i veri conquistatori del Tibet, altri sono cinesi musulmani, minoranza molto più tollerata di quella tibetana. C’è il gruppetto di muratori che gioca a dama. C’è la studentessa che risponde risentita perché le chiediamo del Tibet. C’è il militare che ti guarda con severità e curiosità. Tibetani se ne vedono davvero pochi, questo è un treno di cinesi, per cinesi, più che per turisti (in tutto ne abbiamo contati una decina).

 

ECCO perché il Tibet Express è considerato un’arma a doppio taglio dai tibetani. «Arriva sempre pieno e riparte mezzo vuoto» sussurra qualcuno, ed è per questo che si parla di una seconda invasione cinese, dopo quella dei tempi di Mao, quando i templi venero distrutti e il mantra buddista ‘Om mani padme hum’ (Salute al gioiello del loto) fu sostituito da ‘Lunga vita al presidente Mao’. Pechino ribatte di aver iniettato ossigeno nella stagnante economia tibetana, creando più opportunità, più benessere per tutti con un pil che nella sola TAR (Regione Autonoma Tibetana) cresce a ritmi vertiginosi, una sicurezza sanitaria che prima non c’era, un sistema di trasporti che non era mai stato neppure immaginato. Ma i tibetani sanno che tutto questo benessere non finirà mai nelle loro tasche perché tutto ciò che c’è, che c’era e che ci sarà a Lhasa, ormai è nelle mani di Pechino. Eccola, la città santa. Il Potala Palace si scorge a grande distanza dai finestrini del treno. E’ triste sapere che la residenza del Dalai Lama oggi è solo un museo per cinesi.

di Roberto Baldini










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