L'artista si è esibito a Bologna in occasione della terza edizione del Jazz Festival. Il pianista di Chicago sul palco insieme ad altri quattro musicisti ha offerto un melting-pot tra tecnica perfetta e le dolcezze estreme
di Gian Aldo Traversi
Bologna, 18 novembre 2008 - Non c’è solco, tra le dita di Herbie Hancock, che non sia benedetto da una bellezza che non sarebbe errato definire “universale”. La tecnica perfetta e le dolcezze estreme. Lo scrupolo e la tenacia. Il vigore ritmico naïf e affascinante delle creazioni, intimiste a volte più a volte meno, cariche di una tensione che a qualcuno può apparire irrisolta. Frutto di un free interiorizzato, liquido, rarefatto. Sarà la bellezza del futuro prossimo quella che abita sull’olimpo del jazz Usa contemporaneo?
Insignito di recente di un doppio Grammy Award (dodici, in tutto, quelli vinti in carriera) Herbie ha incarnato l’Insolito secondo Hancock, da genio multiforme qual è. L’ha dimostrato di recente sul palco del teatro delle Celebrazioni, accendendo le luci sulla terza edizione del Bologna Jazz Festival. Un melting-pot, chiamiamola miscela ‘prototipica’, non facile da sintetizzare/racchiudere in un unico termine. Tra le dita di Hancok, si diceva, ci si può stare davvero, mettendosi all’ascolto del pianista di Chicago in dialogo fitto con la tromba di Terence Blanchard, con il contrabbasso di James Genus, l’armonica che scava dentro di Gregoire Maret (bene ha fatto Metheny ad accoglierlo nel PMG) e le linee percussive multistrato della batteria di Kendrick Scott.
Altrettanti band leader, quattro stelle che gravitano attorno a un sole. Hancock, appunto. Stupefacente e nuovo di zecca soprattutto l’asse Herbie - Blancahard - nota squillante della celluloide di Spike Lee -, figura centrale della “Renaissance” del jazz, musicista tutto pacatezza e chiaroscuri, meno tecnico di un Marsalis (che ha sostituito nei Jazz Messengers), però capace di sinuose snodature e di fervori virtuosistici da togliere il fiato (a chi ascolta, s’intende). Un gruppo all stars che per certi versi ricorda il leggendario quintetto di Miles Davis in cui Herbie militò da protagonista negli anni Sessanta.
Che cosa ci si poteva aspettare dal convergere di cinque grandi performer?
Innanzitutto volteggi tra jazz e funky, terreno preferito dal leader che anni fa abbracciò il buddhismo di Nichiren Daishonin (simili a quelli, sublimi, scritti per Blow-Up), abile pure a zigzagare nelle lande dell’elettronica, tra spruzzate di modal jazz (come in “Maiden Voyage” per la cui complessità di linguaggio jazz fu paragonato a Debussy, o nei suoni di “Round Midnight” di Tavernier che gli valse un Oscar). E ancora: power-jazz, contaminazioni jazz-rap. Ammiccamenti tra pop e classica. Addirittura echi pan-etnici. Insieme ad alcuni brani della recentissima raccolta “Then and Now- The definitive Herbie Hancock”. Una costruzione eccitante di sapori disparati, filtrati da una sensibilità decisamente diversa rispetto all’approccio europeo. Insomma un melting-pot di quello che la critica radical-chic non gli ha mai perdonato. Promesse mantenute, con la chicca di un bis estemporaneo, una rilettura del quintetto attuale del singolo più amato dai breakdancers (“Cantaloupe Island”).
Bastava e avanzava per invitare tutti a dimenticare quello che fin qui avevano ascoltato, a riavvolgere il nastro. Anche perché, nonostante il notevole livello degli altri musicisti del gruppo, è stato lasciato in un cantuccio qualsiasi prurito individualista, a totale vantaggio del collettivo. Ascoltare un simile concerto, in cui la divinità Hancock ha mixato il tutto con il tutto, pur rimanendo imperturbato un elevato senso estetico dell’esecuzione - come suggerisce un classico pianoforte Fazioli -, non può non essere stata un’esperienza altamente formativa.
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