Chi si è arricchito di più, dal 1990 a oggi, nella Borsa italiana? Un'analisi di Milano Finanza premia i Benetton, Del Vecchio, Bulgari, Caltagirone, Rocca e i Nattino. Più deludenti Agnelli, Ligresti, Berlusconi e De Benedetti
Roma, 14 agosto 2008 - Chi si è arricchito di più, dal 1990 a oggi, nella Borsa italiana? Un'analisi di Milano Finanza premia i Benetton, Del Vecchio, Bulgari, Caltagirone, Rocca e i Nattino. Più deludenti Agnelli, Ligresti, Berlusconi e De Benedetti, tutti battuti (o quasi) dall'inflazione.
Un'analisi delle classifiche dei 'paperoni' di Borsa degli ultimi 18 anni pubblicata dal settimanale Milano Finanza, mostra come è variata la ricchezza personale dei grandi nomi della finanza e dell'economia. E si fanno molte scoperte interessanti. Per esempio, gli Agnelli sono stati largamente battuti dall'inflazione. E anche Berlusconi non vale molto di più di quando, nel 1996, ha quotato Mediaset. Mentre invece i Rocca, Del Vecchio e Benetton fanno faville.
La famiglia Agnelli nel 1990 valeva in borsa 1.218 milioni di euro e negli anni il loro controllo di Ifi non è significativamente mutato. Ai dati del luglio 2008, la loro quota personale vale 1.302 milioni, pochissimo di più di 18 anni prima. Se si considera la svalutazione monetaria, la quota di 18 anni fa in euro attuali varrebbe 2.119 milioni, per cui l'erosione di valore per la famiglia torinese è stata molto pesante, quasi 800 milioni.
Anche la quota di Ligresti è andata profondamente cambiando negli anni, anche in virtù delle vicissitudini finanziarie e giudiziarie dell'ingegnere di Paternò. Infatti, dai 782 milioni di euro del 1990 (che ai valori attuali sarebbero pari a 1.353 milioni), Ligresti ora vale in borsa solo 279 milioni.
Molto rilevante invece l'incremento di valore della famiglia Benetton. I quattro fratelli di Ponzano veneto nel 1990 avevano in Borsa solo la società di abbigliamento e la loro parte valeva 662 milioni, ovvero 1.152 milioni tenendo conto dell'inflazione. Nel 2008 i quattro fratelli valgono in borsa 6.711 milioni, sei volte il valore del 1990 rettificato per la svalutazione. Merito della sapientissima campagna di acquisizioni finanziata dal cash derivante dai jeans e dalle magliette ma soprattutto dalle tecniche da leveraged buyout che il loro uomo di fiducia, Gianni Mion, ha saputo mettere a frutto, e che hanno portato all'investimento in Autogrill, Sme (poi rivenduta) e soprattutto Autostrade. Unica nota stonata nella loro cavalcata trionfale finora è stato il loro ingresso in Telecom Italia nel 2001, a prezzi tre volte superiori all'attuale.
E Silvio Berlusconi? Il calcolo qui è un pò più complesso. Nel 1990 il Cavaliere valeva 298 milioni di euro ma solo grazie alle sue quote in Amef (la finanziaria che aveva il pacchetto di maggioranza della Mondadori) e nella Standa comprata da Raul Gardini e Sergio Cragnotti. Nel 1996 la quotazione di Mediaset (di cui deteneva il 50%) lo fece balzare a 3 miliardi di euro di valore borsistico, che via via negli anni è salito fino a toccare i 15 miliardi nel 2000, grazie alle ipervalutazioni dei gruppi media allora in voga.
Da allora, una lenta ma costante discesa, fino ai 3,5 miliardi attuali. Se si confrontassero questi 3,5 miliardi con i 3 miliardi del 1996 (che tenuto conto della svalutazione, equivalgono a 3,9 miliardi) se ne potrebbe dedurre che neanche il cavaliere è riuscito a battere il drago dell'inflazione. Ma in realtà non è cosi: nel 2005 infatti Berlusconi è passato alla cassa e ha venduto il 12% di Mediaset a prezzi quasi doppi di quelli attuali. Senza quella transazione, il rendimento borsistico 1996-2008 del cavaliere non sarebbe stato degno della sua fama: a parità di quota detenuta in Mediaset, il suo valore attuale sarebbe pari a 4,2 miliardi contro i 3,9 miliardi del 1996 (rettificati per tenere conto della svalutazione).
Quanto ai paperoni indiscussi degli ultimi anni, i fratelli Paolo e Gianfelice Rocca, la loro presenza borsistica risale al 1996, quando comparirono in classifica grazie alle quote allora possedute in Dalmine, Camfin e Bassetti. A quei tempi, il loro core business non era ancora quotato. Lo sarà dal 2003, con Tenaris, un colosso industriale presente in oltre 30 paesi con oltre 35 mila dipendenti e una holding quotata contemporaneamente a Milano, New York, Buenos Aires e Città del Messico. Da allora, grazie anche alla sete di petrolio degli ultimi anni, la capitalizzazione di Tenaris è decollata fino a consentire ai due fratelli il possesso di un controvalore di borsa di 14 miliardi di euro, contro gli 1,8 miliardi di controvalore del 2003 corretto per l'inflazione. Quasi otto volte di più in cinque anni.
E l'altro paperone per antonomasia, Leonardo Del Vecchio? La sua Luxottica fu quotata nel 1992 al New York Stock exchange, e il controvalore in euro (rettificato per la svaluazione) era di 971 milioni di euro. Al luglio del 2008 la stessa quota (a cui si sono aggiunte nel tempo prima il controllo di Beni Stabili, ora confluito in Foncière des regions, e più di recente una quota nella matricola Molmed) vale 5,8 miliardi di euro, molto meno di un anno fa (9,2 miliardi), ma pur sempre sei volte in più di quando cominciò l'avventura in borsa. I suoi azionisti possono essere comunque soddisfatti.
Rilevantissima anche la performance di Francesco Gaetano Caltagirone, che nel 1990 era quotato solo con la società che porta il suo nome, e valeva 213 milioni di euro (che adeguati all'inflazione, equivalgono a 370 milioni attuali). Nel luglio del 2008 la sua capitalizzazione personale risulta pari a 1,76 miliardi, quasi cinque volte il valore del 1990. Una performance anche questa ottenuta in parte con la quotazione di pezzi crescenti del suo gruppo (dalle costruzioni, alla Vianini, alla Cementir acquisita dall'Iri, alla Caltagirone editore quotata nel 2000) e in parte alle sue scorribande borsistiche prima in Bnl e più di recente in Montepaschi ed Acea.
Quasi quattro volte quella di partenza è invece la performance della quota personale dei fratelli Bulgari, Paolo e Nicola, che grazie al loro intuito e al decisivo contributo manageriale dell'a.d. Francesco Trapani, hanno saputo accrescere il valore della società del lusso, che dai 270 milioni di euro rettificati del 1995 è cresciuta fino a un massimo di 1,87 miliardi nel 2001, e che ai valori del luglio scorso vale comunque 1 miliardo di euro. La performance relativa più alta (anche se per importi più bassi) è quella dei Nattino, dinastia di agenti di cambio romani che ha saputo rinnovarsi, fino a quotare Banca Finnat per incorporazione nella loro storica (quotata dal 1939) Terme Acqui. Rispetto al valore del 1990, i Nattino in borsa valgono nove volte tanto.
Vale invece in borsa la metà di quanto pesava nel 1990 Carlo De Benedetti. Nel 2008 la sua quota di capitalizzazione personale è di 279 milioni. Nel 1990 la sua quota in Cofide valeva 337 milioni di euro, 586 milioni contando la svalutazione monetaria, il doppio quindi del valore 2008. Anche qui però è difficile fare un confronto omogeneo: negli anni la quota dell'ingegnere è variata sensibilmente, prima per la crisi della controllata Olivetti poi per la quotazione di altre società direttamente possedute, come Cdb Webtech, grazie alla quale nel 2000 poteva vantare 1,3 miliardi di valore borsistico personale, in buona parte liquidato (come il 5% di Cdb webtech il primo giorno di quotazione, con un incasso di 150 milioni di euro).
Il consiglio dei ministri ha dato l'ok al nuovo ddl. Le intercettazioni saranno possibili per reati con pena dai 10 anni, ma anche quelli contro la pubblica amministrazione