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SALUTE / USA

Allarme infezioni da 'lifting'

Gli studiosi hanno identificato una pericolosa infezione batterica resistente ai farmaci sta facendo registrare sempre più casi nei pazienti che si sottopongono all'intervento di chirurgia plastica
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iniezioni antirughe Roma, 18 marzo 2008 - Allarme danni 'da lifting' negli Stati Uniti. Una pericolosa infezione batterica resistente ai farmaci sta facendo registrare sempre più casi nei pazienti che si sottopongono all'intervento di chirurgia plastica. Il principale sospettato è stato fino a oggi lo Stafilococco aureo resistente alla meticillina (Mrsa), che uno studio ora conferma essere il responsabile delle malattie.


La ricerca - portata avanti da esperti del Lennox Hill Manhattan Eye, Ear and Throat Hospital e dell'università di New York - si è guadagnata le pagine della rivista 'Archives of Facial Plastic Surgery'.

 


Gli studiosi hanno identificato, fra i 780 pazienti che tra il 2001 e il 2007 si sono sottoposti a lifting facciale, uno 0,6% di infezioni in corrispondenza del sito di incisione, pari a cinque casi, quattro dei quali provocati effettivamente dal Mrsa e tutti verificatisi nel 2006. Di questi quattro pazienti, due erano stati esposti al batterio prima dell'operazione: una aveva frequentato molto il fratello medico, esposto dunque a molti microrganismi pericolosi sul posto di lavoro, e un altro era stato accanto alla moglie ricoverata in un reparto di terapia intensiva, anche questo luogo di possibile contatto con il batterio. Ma il momento in cui queste persone sono state infettate in maniera evidente è stato proprio quello in cui il chirurgo plastico ha inciso col suo bisturi la loro pelle.


"Si tratta del primo studio che conferma come la chirurgia estetica sia a rischio di questi inconvenienti - spiegano gli autori - e fra l'altro abbiamo anche dimostrato che, pretrattando la pelle per 'uccidere' il Mrsa si possono evitare le infezioni". Ogni chirurgo plastico, dicono dunque i ricercatori, dovrebbe iniziare a testare la presenza del batterio in ogni suo paziente potenzialmente a rischio, facendo domande sulla sua vita e su possibili occasioni di contagio con lo stafilococco super-resistente.










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