Quando si dice avere il destino scritto nel nome. Anzi nel cognome, che ricorda quello di un romano del 508 a.C. famoso per il suo coraggio e il suo ardire. Consolato (“Lello”, per tutti) Scevola vive a Reggio Calabria, ha 45 anni e alle spalle una lunga carriera come calciatore, che lo ha portato dalle giovanili della Reggina fino alla serie C, facendogli indossare le casacche di tante squadre calabresi e non. La sua è la storia di uno stopper spesa sui campi da gioco tra allenamenti e partite, ma che all’improvviso – a carriera ormai conclusa (si è ritirato nel 2002) – è balzata involontariamente agli onori della cronaca dopo la pubblicazione di “Una vita da guerriero”, il libro autobiografico scritto da Marco Materazzi con Roberto De Ponti e Andrea Elefante.
A differenza del suo ben più celebre omonimo – il Muzio Scevola, che fallì il tentativo di uccidere il re etrusco Porsenna e per questo si bruciò la mano che aveva sbagliato –, Lello Scevola è riuscito a mettere in riga il temibile Matrix, dandogli una lezione degna di essere ricordata nella recente fatica letteraria del giocatore interista.
Il difensore della nazionale, infatti, racconta del suo incontro-scontro con il calabrese durante la stagione 1993/94 quando, giovanissimo, militava tra le fila del Marsala: la gara finì prima del tempo con il rosso per entrambi, ma ebbe un’appendice negli spogliatoi, dove – parole di Materazzi – l’avversario lo sistemò "con un colpo di karate".
A leggere l’episodio si fa fatica a credere che il coriaceo artefice dell’espulsione di Zidane nella finale dei Mondiali di Berlino abbia potuto soccombere. "E’ invece è stato proprio così", rivela lo stesso Scevola, un po’ imbarazzato e un po’ divertito da questa inaspettata notorietà.
"Quello che riporta il libro è vero. Al tempo, io giocavo in serie D a Rosario (in provincia di Reggio Calabria, ndr). Il nostro era stato un campionato difficile e tutto si decideva all’ultima giornata in casa contro il Marsala: rischiavamo di retrocedere, quindi dovevamo vincere. Al contrario i nostri avversari erano tranquilli, la loro era una partita senza patemi di fine campionato. L’unico a impegnarsi come un matto e a gettarsi su ogni pallone era, appunto, Materazzi. Lo “avvertii” una prima volta – prosegue Scevola – assestandogli un forte pizzicotto al fianco e lui mi rispose “tanto io non faccio mai gol”. Invece di lì a poco fece un tiro in porta impressionante e fu solo grazie a un miracolo del portiere se non entrò in rete".
E poi cosa accadde?
"Feci una cosa che non avevo mai fatto prima: gli sputai. Materazzi lo segnalò all’arbitro, che ci teneva d’occhio, e quello buttò fuori tutti e due. Lui corse verso gli spogliatoi e io dietro a inseguirlo, sgattaiolò via e per prenderlo feci un balzo stile karate, così lo colpì".
Una vera rissa, proprio come riportato nel libro…
"Dovettero intervenire i carabinieri a divederci e questo lo salvò dalla mia furia. Anche se devo smentirlo quando scrive che, a fine partita, abbiamo rubato le loro borse e sfasciato il pullman: c’erano le forze dell’ordine presenti e, poi, fummo noi a vincere".
Comunque non è stato certo un bello spettacolo…
"Non ne vado fiero, ma io sono fatto così e quando ero in campo non guardavo in faccia nessuno. Nemmeno i miei fratelli (Lello Scevola ne ha quattro e tutti ex giocatori, ndr). Ad inizio carriera, quando ero nelle giovanili della Reggina, fui messo fuori rosa per quasi due anni a causa di una “discussione” piuttosto accesa con un giocatore della prima squadra".
Materazzi ha scritto che “fu un’esperienza significativa che ci aiutò a crescere”. Lei gli ha mai serbato rancore?
"Assolutamente no e poi sono interista, oltre che un suo fan. Sono convinto – e non lo dico perché mi ha citato nel libro – che sia il centrale più forte al mondo. Avrei anche piacere di incontrarlo, magari in occasione di Reggina-Inter: ora sì che gli chiederei la maglietta".
Lo ammira, quindi.
"Certo, già allora dimostrava grandi doti tecniche oltre che fisiche. E poi a venti anni non era facile affrontare certe trasferte sui campi di serie minori con tale sicurezza e determinazione".
Cosa ha pensato quando ha visto la testata di Zidane?
"Che Materazzi è stato un grande. Ha fatto perdere le staffe a un campione e lo ha fatto espellere. Da lì la partita ha cambiato volto".
Però, quell’offesa: “Preferisco la p… di tua sorella”.
"Frasi del genere se ne sentono all’infinito sul terreno di gioco, anzi c’è anche di peggio. Anch’io, nel mio piccolo, quando giocavo contro qualcuno più bravo di me cercavo di farlo innervosire per fargli perdere lucidità".
Cosa pensa della violenza fuori e dentro al campo?
"A parte quell’episodio, io non sono mai stato un “picchiatore”. Nella stagione calcistica 1989/90 sono stato il miglior stopper del mio girone di C2. Adesso faccio il preparatore atletico dei bambini di una scuola elementare di Reggio e a loro cerco di trasmettere i veri valori del calcio. Credo che ognuno debba fare la sua parte dai presidenti alla Lega, dalle società ai giocatori affinché una partita non divenga il pretesto per scontri che non hanno nulla da spartire con lo sport".
di Daniela Laganà
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